martes, 29 de noviembre de 2011

PER SEMPRE NEI NOSTRI CUORI !



Il simbolo di ANPI SPAGNA dedicato alla XII Brigata Internazionale Garibaldi, i valorosi combattenti che accorsero in difesa della Repubblica Spagnola attaccata da Franco

domingo, 27 de noviembre de 2011

ANPI SPAGNA AL CONVEGNO ORGANIZZATO DA ALTRA ITALIA A BCN


«Nella vita talvolta è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza» Sandro Pertini, Un partigiano come presidente
Buon pomeriggio a tutti,
le tematiche trattate e lo spirito che pervade i lavori di questo convegno,  sono senz’altro condivisi dall' ANPI SPAGNA,  “XII Brigada Internacional Garibaldi”, alla sua prima uscita pubblica come neonata sezione spagnola  dell’ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.
L’ANPI fu costituita il 6 giugno 1944 a Roma dal CLN del Centro Italia mentre nel Nord della nostra Penisola era ancora in corso la guerra di Liberazione.   L’associazione riuniva inizialmente uomini e donne  partigiani nella Resistenza contro l’occupazione nazifascista.  Suo scopo principale  era quello di restituire al Paese una piena libertà, favorendo un regime di democrazia  volto a  impedire  il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e assolutismo.  Successivamente, con la riconquista delle libertà democratiche e con l’avvento della Repubblica, l’impegno dell’ANPI è proseguito, con identica determinazione morale, in difesa della Costituzione e delle istituzioni democratiche. Nella lotta alle nuove (molte) forme di fascismo,  l’ANPI ha trasposto, perpetuandoli, i valori e gli ideali che mossero  il nostro Paese alla Resistenza  e alla Liberazione dal nazifascismo. Il ruolo dell’'ANPI va quindi ben oltre quello, sia pur imprescindibile, di conservazione della memoria storica della nostra Resistenza. A riprova di ciò, il fatto che gli iscritti (oltre  100 mila, con un’adesione importante anche da parte dei più giovani)  sono in costante aumento, nonostante la scomparsa degli ultimi partigiani combattenti. 
I partigiani non muoiono” sottolineava Raimondo Ricci, presidente nazionale dell’Associazione, durante l’ultimo congresso nazionale svoltosi quest’anno a Torino. In tal senso va intesa la decisione di modificare lo statuto dell'ANPI circa un quinquennio fa, permettendo l'iscrizione (in qualità, appunto di "antifascisti") a tutti coloro che intendono impegnarsi per conservare, tutelare e diffondere i valori dell’antifascismo. 
ANPI Spagna, con sede a Madrid ma con iscritti in tutta la penisola Iberica, incluso il Portogallo, è nata ed opera proprio con questo spirito. Sensibile, alle istanze e alle rivendicazioni degli Indignados, ANPI Spagna è orgogliosa del fatto che i valori da essa  tramandati e difesi  siano alla base del movimento iniziato nella Puerta del Sol. Tra gli ispiratori c’è  infatti Stéphane Hessel,  un ex partigiano membro della Resistenza francese. Sopravvissuto alla deportazione al campo di concentramento di  Buchenwald e membro della commissione redattrice della dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo,  questo veterano di 94 anni con il suo libro- appello  “Indignez-vous”( che ha ispirato poi il nome del movimento), ha esortato le nuove generazioni ad indignarsi perché “il motore della Resistenza era l’indignazione”, e perché’ “l’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti”.  Alla luce delle vicende politiche che stiamo vivendo e sulle quali l’Associazione esprime la sua nota di preoccupazione, la  riflessione di Antonio Gramsci sul tema dell’indifferenza appare più che mai lucida e attuale: “Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”
 L’ANPI ha seguito  con viva partecipazione le tante vicende che hanno segnato la storia del nostro Paese, contrastando tutti gli attacchi alla Costituzione e alle Istituzioni democratiche e opponendosi a tutti i  tentativi, più o meno mascherati, di revisionismo storico di questi ultimi anni.  Per esempio la battaglia contro il progetto di legge 1360/2008, fortunatamente bloccato, con cui il dimissionario Governo intendeva equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani,  istituendo una medesima onorificenza per entrambi.  Sempre in difesa della memoria, l’impegno dell'ANPI si è poi profuso contro la proposta di legge Fontana (n.3442/2010), il provvedimento che di fatto  prevede il riconoscimento della personalità giuridica anche per le associazioni dei combattenti di Salò. La dura  opposizione dell’ANPI contro la legge Fontana ha avuto il sostegno, tra l’altro,  di molti Comuni italiani. Nell'agosto 2011 si è poi conclusa con esito positivo la  battaglia per ripristinare le festività civili del 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, minacciate di essere cancellate dalle manovre finanziarie.  Ricordiamo infine il sostegno dato alle vittoriose campagne referendarie. 
Convinti che il futuro appartenga alla non violenza perché,  come  diceva  Sartre, il ricorso alla violenza  contro la violenza è l’unico mezzo sicuro per perpetuarla, concludiamo il nostro intervento con una citazione di uno dei nostri migliori presidenti della Repubblica, partigiano, Sandro Pertini (alla cui memoria ANPI Spagna dedicherà una targa, nella Piazza Sandro Pertini di Madrid, in collaborazione con il vicinato) «Giovani, armate il vostro animo di una fede vigorosa: sceglietela voi liberamente purché la vostra scelta presupponga il principio di libertà, se non lo presuppone voi dovete respingerla, altrimenti vi mettereste su una strada senza ritorno, una strada al cui termine sarebbe la vostra morale servitù: sareste dei servitori in ginocchio, mentre io vi esorto a essere sempre degli uomini in piedi».
Per sostenere l’Associazione in questi giorni è in corso la campagna di tesseramento 2012. I recapiti sono:

                  anpispagna@gmail.com

                  su Facebook: ANPI SPAGNA


Grazie a tutti

Cristina Visentin
ANPI SPAGNA

martes, 8 de noviembre de 2011

¡¡¡ HASTA SIEMPRE ONORINA !!!



DA www.enciclopediadelledonne.it

Luigi Cesareo

Onorina Brambilla Pesce

Milano 1923 - 2011


«Avevamo tutti un nome di battaglia, io mi ero scelto Sandra; ho fatto una ricerca: mentre gli uomini partigiani si sceglievano nomi fantasiosi, Tarzan, Saetta, Lupo, la maggior parte delle ragazze avevano nomi normali...Elsa... ecco, il massimo era Katia!»[1] 
Di famiglia antifascista e comunista, abita con i genitori e la sorella Wanda in una casa di ringhiera ai Tre Furcei, quartiere operaio di Lambrate a Milano. Il padre Romeo, “specializzato” alla Bianchi, fabbrica di biciclette, rifiuta di prendere la tessera del partito fascista; ne conseguono anni di disoccupazione e miseria.
Con la guerra di aggressione all'Abissinia, nel 1935, viene però a mancare la mano d'opera ed è assunto alla Breda. La madre Maria (il suo nome di battaglia negli anni della Resistenza sarà Tatiana) insegna alle figlie Onorina e alla più piccola Wanda a dubitare della propaganda del regime; è operaia, prima alla Agretta, nota per le bibite, e poi alla Safar che produce radio: «Aveva una voce così bella che veniva chiamata a cantare per testare certi microfoni». Desidera per la figlia l'istruzione che la allontani dal duro lavoro della fabbrica.
Onorina frequenta per tre anni una scuola professionale; le piacerebbe continuare a studiare ma i genitori possono solo iscriverla a un corso trimestrale di stenodattilografia dopo il quale, a 14 anni, deve cercare un lavoro.
Viene assunta dalla Paronitti come impiegata: «Non arrivavo neanche alla scrivania e i colleghi mi chiamavano Topolino, dovevano mettermi dei cuscini sulla sedia per alzarmi».
Dal 10 giugno 1940 l'Italia è in guerra.
Onorina rimane in quella ditta 4 anni, ma viene licenziata nel 1941 a causa di un diverbio con il padrone. Trova presto un nuovo impiego in una ditta che produce binari, è incaricata di compilare un inventario, frequenta i capannoni annotando tutto, conosce gli operai, impara a individuare chi è antifascista e chi no. Comincia a studiare l'inglese al Circolo Filologico di Via Clerici: in quella biblioteca circolano ancora, incredibilmente, molti libri vietati dal regime, preziosi per la sua formazione.
La fame si fa sempre più sentire, la gente non ne può più, la guerra toglie il velo a tutte le menzogne della propaganda di regime. La caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 coglie la gente di sorpresa, festa e disorientamento sono tutt’uno, i carri armati vengono usati per disperdere la folla. Nell'Agosto 1943 Milano viene bombardata.
La città è in fiamme, colpiti il Duomo, Palazzo Reale, il Castello Sforzesco, la Scala, Sant'Ambrogio, la Pinacoteca di Brera; a Santa Maria delle Grazie il Cenacolo di Leonardo è salvo per puro caso.
Nel rifugio affollato, una sera Onorina non riesce a trattenere la gran rabbia e, salita su un tavolo, senza curarsi dei molti fascisti presenti, grida«È ora di finirla con questa guerra!» È contenta, ha tenuto il suo primo comizio antifascista.
«Secondo me sono state le donne a dare inizio alla Resistenza... la loro partecipazione fu dovuta a motivazioni personali; a differenza di molti uomini che scelsero di andare in montagna per sottrarsi all'arruolamento nell'esercito di Salò, nessun obbligo le costringeva ad una scelta di parte; fu anche l'occasione per affermare quei diritti che non avevamo mai avuto, mai come in quei mesi ci siamo sentite pari all'uomo...»
Dopo l'Armistizio dell'8 Settembre 1943 (in effetti una resa senza condizioni), i tedeschi occupano Milano, è finita una guerra ma ne sta iniziando un'altra. I soldati dell'esercito Italiano abbandonano le divise, molti diventano partigiani; i Gruppi di Difesa della Donna (che arrivano a mobilitare, fino all’aprile ’45, almeno 24.ooo donne) si occupano di procurare loro denaro, cibo, vestiti; il compito di Onorina è distribuire la stampa clandestina. Desidera raggiungere in montagna una Brigata Garibaldi, ma la sua amica Vera (nome di battaglia di Francesca Ciceri, comunista) le presenta Visone (Giovanni Pesce) che sarà il suo Comandante e futuro marito. Lui la convince a combattere nella propria città, e Onorina a marzo 1944 lascia il lavoro. “Sandra” diventa Ufficiale di collegamento del III° ー Gap “Egisto Rubini”, equivalente al grado di sottotenente dell'Esercito Italiano, decisamente più che una staffetta. Con la sua bicicletta Bianchi color azzurro cielo[2] trasporta armi, munizioni ed esplosivo, passa spesso, con il cuore in gola, in mezzo ai rastrellamenti nazifascisti. Sono le staffette a portare le armi e a prenderle in consegna dopo un'azione per evitare che i gappisti vengano sorpresi armati e fucilati sul posto.
«C'erano le rappresaglie ma, cosa avremmo dovuto fare? Smettere la lotta? In ogni caso i nazifascisti non avrebbero cessato di fare quello che facevano. Non ho mai provato pena per chi colpivamo. La guerra non l'avevamo voluta noi. Loro ogni giorno fucilavano, deportavano, torturavano. Si dovevano vincere due cose, la pietà e la paura.»
Il 24 giugno 1944 nella “battaglia dei binari” alla stazione di Greco, un bersaglio di straordinaria importanza, Sandra è il collegamento tra i ferrovieri e i gappisti e con la compagna Narva porta i 14 ordigni che, piazzati nei forni di combustione delle locomotive scoppiano simultaneamente; l'azione dei Gap viene citata da Radio Londra.
Il 12 Settembre 1944, a 21 anni, tradita da un partigiano passato al nemico (“Arconati”, Giovanni Jannelli) viene catturata dalle SS nei pressi del Cinema Argentina, nel cuore di Milano. Inizia la prigionia, la sofferenza, il distacco dalla famiglia, la tortura e la violenza fisica subita dalle SS nella Casa del Balilla di Monza, trasformata in carcere.
In attesa dell'interrogatorio cerca di farsi coraggio. Ai gappisti arrestati il Comando chiede di resistere 24 o 48 ore per permettere ai compagni di mettersi in salvo. L'interrogatorio è terribile, vogliono che lei consegni Visone, ore e ore di percosse, torture. Non parla, nessuno dei suoi compagni è compromesso.
Rimane in isolamento totale nel carcere di Monza due mesi, giornate lunghe e vuote, non può comunicare con l'esterno o ricevere notizie. È trasferita a San Vittore per soli due giorni e, l'11 novembre 1944, caricata, con altri prigionieri, su un pullman senza conoscere la destinazione.
Viene imprigionata a Bolzano in un campo di transito. Ancora oggi non si spiega perché le 500 prigioniere politiche che lì si trovavano non furono mai deportate in Germania, diversamente dalle altre 2700 donne che dall’Italia raggiungeranno i campi di concentramento. Mantiene contatti epistolari con la madre, la rassicura sul suo stato fisico e psicologico, riesce persino a scherzare: «se non fosse perché abbiamo sempre fame sembrerebbe una villeggiatura...» Lavora dapprima alla sartoria del campo, in un ambiente stretto e soffocante ma poi riesce a farsi assegnare ai lavori esterni. I tedeschi, prima di fuggire, le rilasciano persino un documento che attesta la prigionia e grazie al quale riuscirà in seguito a dimostrare la sua deportazione.
Milano era stata liberata dei Partigiani e dall'insurrezione popolare il 25 aprile. Onorina decide di non attendere l'arrivo degli americani; con alcuni compagni, sotto la neve, si inerpica sul passo della Mendola, attraversa la Val di Non e il Tonale; si fermano la notte presso i contadini ai quali chiedono cibo e riparo, sono d'aiuto i posti di ristoro dei partigiani delle Fiamme Verdi. Finalmente un pullman fornito dai comuni della zona fino a Ponte di Legno, li porta da lì a Lovere; poi in treno fino a Milano, Stazione Centrale: era il 7 maggio 1945. Con un'assurda “normalità” arriva a Lambrate, a casa, con il tram n. 7. Dalla finestra, vicina a Wanda, guarda emozionata la manifestazione dei Partigiani, rivede Visone, corre in strada, si abbracciano. Nori (come la chiamerà il marito) e Giovanni Pesce, finalmente liberi, si sposano il 14 luglio 1945, non possiedono niente, solo gioia per la ritrovata libertà e speranza per una nuova vita.
Si trasferiscono per un breve periodo a Roma, dopo l'attentato del 1948 a Togliatti, Giovanni guida la Commissione di Vigilanza, a protezione dei maggiori dirigenti del Pci. Nori trova impiego nella segreteria di Pietro Secchia, commissario politico delle Divisioni Garibaldi.
Tornata a Milano lavora alla Federazione del Pci e nella Commissione Femminile della Camera del Lavoro. Successivamente entra a far parte del Comitato Centrale Fiom metalmeccanici, dirige i lavori sindacali, organizza convegni, incontri e scioperi in difesa del posto di lavoro.
Nel 1951 Giovanni Pesce lascia il partito e trova lavoro come rappresentante di caffè; riescono a comprare casa, nasce la figlia Tiziana, non ne avranno altri, «un po' per le ristrettezze economiche e un po' perché eravamo talmente impegnati a fare i rivoluzionari di professione da non avere il tempo utile per essere genitori. Una sera Tiziana ancora bambina mi disse a bruciapelo: io ti ho conosciuto a 8 anni, mamma!»
Nel tempo il commercio di Giovanni si sviluppa e Onorina, per seguirne la parte amministrativa, lascia la sua attività politico-sindacale ma continua ad essere, per 8 anni segretaria nella sezione Pci di Via Don Bosco. Il 27 gennaio 1962 le viene assegnata la Croce di guerra per la sua attività di partigiana.
Nel 1969 Nori e Giovanni aprono un locale di liquori e vini, il Bistrot in Via Zecca Vecchia, dura solo due anni ma è una parentesi felice. Lì si ritrovano scrittori, pittori, studenti, operai. La sera, chiuso il locale, vanno in sezione a fare attività per il Pci e per il Sindacato.
Nori Brambilla Pesce è stata Responsabile della Commissione femminile dell'ANPI, Presidente dell'Associazione ex perseguitati politici italiani antifascisti per la sede di Milano e Presidente onorario A.I.C.V.A.S., l'Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.
«Si vuole falsificare la Resistenza, lo chiamano revisionismo ma spesso è falsificazione della storia. Noi siamo stati impegnati per tutta la vita per difendere la libertà, oggi ho 87 anni, non ho rimorsi, ho un rimpianto ma non voglio parlarne. Quando cala il sole chiudo le persiane perché non amo il buio della notte...»
Onorina ci ha lasciato il 6 Novembre 2011.

NOTE

1. Le citazioni sono tratte da Onorina Brambilla Pesce, Il pane bianco, conversazione con Roberto Farina prefazione Franco Giannantoni, Varese, Edizioni Arterigere, 2010 o da interviste video presenti in rete.
2. Vedi la scheda del libro La bicicletta nella resistenza di Franco Giannantoni e Ibio Paolucci.
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Fonti, risorse bibliografiche, siti
Onorina Brambilla Pesce, Il pane bianco, Varese, Edizioni Arterigere, 2010
Giovanni Pesce, Senza tregua, Milano, Feltrinelli 1967
Marco Pozzi, Senza tregua, Film-documentario, 2003
Su YouTube:

Luigi Cesareo

Luigi Cesareo (1953) scrive raramente. Si interessa di Spagna e del mondo che ruota intorno alla Corrida e alla tauromachia, dal quale è rimasto folgorato una mattina di luglio, a Ronda. Ha scritto alcuni racconti su questi temi. Altri incontri decisivi: Totò, Achille Campanile, Eduardo, Van Morrison. Suona il basso elettrico e ha due bambini.
Leggi tutte le voci scritte da Luigi Cesareo

jueves, 13 de octubre de 2011

”Il cambiamento è vicino, ma è fondamentale non dividersi. Occorre slancio nel futuro e un pizzico d'utopia”

NOTAZIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI CARLO SMURAGLIA: Questa volta rinuncio alle solite e rapide riflessioni per mettere in comune un’esperienza fatta sabato 8 ottobre all’Arco della Pace a Milano, con la partecipazione alla grande manifestazione “Ricucire l’Italia”, promossa da Libertà e Giustizia, alla quale l’ANPI Nazionale aveva da subito aderito. Ancora una volta, quando dal palco è stato annunciato l’intervento del Presidente Nazionale dell’ANPI, è scattato dal pubblico (numerosissimo, si è parlato di 20-25.000 persone) un applauso lunghissimo, caldo, direi quasi affettuoso, per la nostra Associazione. E’ stata una cosa commovente questo riconoscimento ai valori di cui l’ANPI è portatrice, soprattutto in questo momento così difficile per il nostro Paese. E’ stata poi l’occasione per dire alcune cose sul momento presente, sulla politica, sulle prospettive, sull’unità che bisogna raggiungere per liberarci da un gruppo di potere ormai intollerabile, cominciando fin d’ora a rinnovare e ricostruire il nostro Paese. Da ciò la decisione di pubblicare, qui di seguito, il discorso che ho pronunciato dal palco: “Avrei partecipato in ogni caso, a titolo personale, a questa manifestazione così importante, perché si parla di valori e di prospettive di ricostruzioni, ma ho ritenuto giusto esserci anche come Presidente Nazionale dell’ANPI per portare il saluto e la voce di tutta la nostra Associazione. E’ nel dna dell’ANPI non solo conservare, difendere e tenere viva la memoria, ma anche sostenere e diffondere i valori che sono scritti nella Costituzione e vengono dalla Resistenza. Valori che si contrappongono nettamente a quei cosiddetti “valori” che la maggioranza di governo, alcune televisioni (e non solo quelle private), alcuni strumenti di organizzazione del consenso, hanno cercato di gabellare – da anni - per gli unici per i quali varrebbe davvero la pena di vivere. Avevamo sognato un Paese democratico, nel senso del governo di molti e della ricerca diffusa del bene comune; avevamo sognato lavoro, dignità, morale, uguaglianza, solidarietà, fraternità. Ed è questo il cemento che ci ha unito nella Resistenza e dopo, negli anni difficili che ha attraversato e sta attraversando questo Paese. Ha detto il Presidente emerito Ciampi: “Non è questo il Paese che sognavo”; ed è assolutamente vero, non solo per gli scandali, ma per la corruzione, per il disprezzo delle regole, per l’obbedienza cieca alle ragioni del mercato, alla logica del potere, dell’affermazione personale, della visibilità. Da anni ci troviamo in questa situazione, ma ora essa è diventata intollerabile, perché coloro che l’hanno creata, hanno dovuto gettare la maschera e si sono presentati per quello che sono: un volgare gruppo di potere che non mira al bene comune, ma solo al bene di sé stesso, incurante di ogni richiamo, proveniente ormai da tante parti, incurante della stessa credibilità, della dignità che devono avere gli organi di governo e quelli parlamentari, della fiducia che va scomparendo sempre di più, in una frattura che sembra insanabile e che è ormai col mondo intero. Il Presidente Ciampi ci ha detto che quella amara constatazione non basta; occorre reagire con forza all’indifferenza, all’assuefazione, alla rassegnazione. Noi ci stiamo battendo per questo; ed è questa la ragione per la quale l’ANPI aderisce e partecipa a questa manifestazione. E sono qui per rappresentarla, ma anche per esprimere una mia convinzione che non è solo personale, ma – andando in giro in tanti luoghi di questo Paese - vedo largamente condivisa: non possiamo aspettare un 25 luglio che forse non ci sarà, non possiamo sperare che qualcuno o qualcosa muti l’esistente, magari in maniera gattopardesca perché non è davvero possibile che questo Governo, che si regge sul potere, sul denaro, sul trasformismo, su tante basi che non hanno nulla a che fare con ciò che indica l’art. 54 della Costituzione, possa cadere da solo, consentendo che il Paese trovi la via del riscatto e del cambiamento. Ci sono tanti segni positivi – lo abbiamo più volte rilevato – di questa volontà dei cittadini di farsi sentire e di prendere in mano il proprio destino e quello del Paese. Ma non è più tempo di manifestazioni isolate o di pur legittime proteste. Siamo in una situazione terribile, dalla quale bisogna uscire al più presto, non solo cambiando il governo, ma anche creando le condizioni perché i cittadini si trovino di fronte a istituzioni (a cominciare da quelle parlamentari) che li rappresentano davvero; ma occorre trovare un collante tra tutte le persone, uomini e donne, che amano e vogliono la democrazia. Un collante che ci unisca tutti in una volontà comune, con la sola esclusione, perentoria, di ogni forma di violenza. Un collante tra i mille segnali di insoddisfazione, di rabbia, di indignazione, tra le molte manifestazioni di una volontà nuova. Ai partiti di opposizione dobbiamo chiedere uno sforzo di responsabilità, che sostituisca liti e contrasti con una vera unità reale, almeno su alcuni punti fondamentali e alla nuda protesta ed al pur giusto invito al Governo ad andarsene sostituisca la costruzione di un’alternativa reale e credibile, su basi solide e profonde. Noi siamo fermamente contrari all’antipolitica perché riteniamo che la politica sia il necessario tessuto connettivo della democrazia; ma pretendiamo che si tratti di buona politica, ispirata a un profondo senso morale e che i partiti considerino prioritari il rapporto con i cittadini e con la realtà e il perseguimento del bene comune. Molti dicono di voler resistere; ma questo non ci basta più, perché è necessario andare oltre e guardare avanti, pur ispirandoci a valori e princìpi che vengono da lontano. Molti dicono che occorre indignarsi; ma noi diciamo che siamo indignati da molto tempo e questo non è bastato a determinare la svolta. Ed allora occorre che l’indignazione sia ancora più diffusa ed estesa e soprattutto sia costruttiva. Vogliamo guardare più lontano, scrutando il dopo, ma in fretta, perché i cittadini non possono più aspettare, ma soprattutto non possono più aspettare i lavoratori senza lavoro o con lavoro precario, non possono aspettare le famiglie che non riescono ad andare avanti, in un Paese in cui crescono continuamente le nuove povertà; soprattutto non possono più aspettare i giovani, che hanno bisogno di certezze e opportunità ed ai quali bisogna smettere di promettere un futuro migliore, adoperandosi invece e subito per garantire un presente libero e dignitoso. Insomma, bisogna agire e ricostruire, sapendo perfettamente che se riusciremo a salvare il Paese dal disastro incombente, se riusciremo a togliere di mezzo disuguaglianze e privilegi, se riusciremo a mandare a casa chi ha fatto di tutto per distruggere il Paese, questo non basterà ancora, perché si possono cambiare le leggi sbagliate, si possono correggere politiche disastrose ed ingiuste, ma non torneremo al Paese che abbiamo sognato nella Resistenza e nella costruzione di una Carta Costituzionale splendida, se non riusciremo a ricostruire un patrimonio morale, fatto di dignità, di fierezza, di sensibilità democratica, di uguaglianza, se non restituiremo il posto che gli spetta al lavoro come reale valore e fondamento della Repubblica, se non avremo la forza di consegnare ai giovani un patrimonio di speranze, di attese, di prospettive, di dignità che oggi sembra smarrito. Un lungo filo da tessere, dunque; ma ormai siamo in tanti, dobbiamo crescere, collegarci, trovare nuove coesioni; ed allora ciò che pareva impossibile diventerà reale, ciò che sembrava utopico diventerà finalmente realtà. Tutto questo non è lontanissimo, anzi è a portata di mano. Occorre fiducia nella forza e nella volontà di un popolo che non ne può più di scandali, soprusi, arroganza e disuguaglianza; occorre credere, con la forza non solo della volontà ma anche della ragione, che è ora di cambiare e possiamo, dobbiamo farcela. Voglio ricordare, proprio per collegare un passato glorioso al presente, che quando i partigiani riuscirono a liberare alcune zone dai tedeschi e dai fascisti e crearono le “repubbliche partigiane”, dell’Ossola, della Carnia e tante altre, pur sapendo che i tedeschi potevano tornare, come infatti avvenne, vollero andare al di là del contingente e mettere in campo riforme, della scuola, della giustizia, perfino del sistema fiscale. Durò pochi giorni, talora poche settimane, ma fu un laboratorio di democrazia in una situazione ancora estremamente pericolosa, fu la dimostrazione che non si voleva solo combattere e cacciare il nemico, ma anche ricostruire un’Italia nuova, civile e democratica. Qualcuno ha detto che, in quelle condizioni, si trattava di un ottimismo della volontà, che rasentava, in qualche modo, l’utopia. Ma quante volte, anche nel nostro Paese, dall’utopia si è passati alla realtà; e non è a caso che pochi dopo, giunse il 25 aprile, il radioso giorno della Liberazione. Anche noi, oggi, dunque, faremmo davvero un gran bene al Paese se anche solo per un momento, al sogno di vedere scomparire questo volgare gruppo di potere, riuscissimo ad aggiungere, con un pizzico di utopia, la convinzione che quel sogno sta per realizzarsi, ma dipende da noi, dalla nostra volontà, dalla nostra unione, trasformarlo in soluzioni concrete. Insomma, dobbiamo crederci con tutte le nostre forze ed impegnarci fino allo spasimo per realizzarlo, questo Paese nuovo e diverso, questa coscienza civile finalmente matura e responsabile, capace di determinare il vero destino di un Paese che, pur nei suoi limiti e difetti, non sembra meritare questo sfascio e questa disgregazione ed ha solo bisogno di essere aiutato a ritrovare, nell’unità, nella solidarietà, e nell’uguaglianza, quel senso diffuso di cittadinanza e, mi sia consentito, di fratellanza e di giustizia sociale, che ha saputo cogliere nei momenti fondamentali della sua storia”.

jueves, 29 de septiembre de 2011

FOGLIAZZA E ANPISPAGNA

ANPI SPAGNA OTTIENE IL PRIMO IMPORTANTE RICONOSCIMENTO PER IL LAVORO SVOLTO: UNA STRAORDINARIA VIGNETTA DEDICATACI DA Gianluca Foglia in arte FOGLIAZZA. GRAZIE DI CUORE GIANLUCA

domingo, 25 de septiembre de 2011

IL DOCUMENTO DELL'ANPI SPAGNA

La costituzione della sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia in Spagna è dettata  dalle necessità di
·      mantenere, difendere e valorizzare la memoria storica della Resistenza in Italia oltre che quella delle Brigate Internazionali che combatterono con il contributo di tanti antifascisti italiani per la Repubblica spagnola. Quelle pagine gloriose e tragiche ispirarono la Resistenza italiana e quella europea.
·      esaltare la battaglia antifascista dei repubblicani spagnoli in patria ed in Europa con particolare riferimento ai combattenti  della “Nueve” che parteciparono alla liberazione di Parigi nel 1944.
·      celebrare la guerra di liberazione;
·      difendere la democrazia e la Costituzione italiana.

Crediamo che il livello di corruzione dei politici ci allontani definitivamente dagli standard occidentali. Gli ultimi dati (Agosto 2011) confermano in 88 i parlamentari fra indagati e condannati. Il partito che governa il paese annovera fra le sue fila gran parte di questi.
Molti dei deputati rappresentano sempre più una casta arroccata per difendere i privilegi ottenuti. L’ultima manovra finanziaria per coprire il deficit di bilancio non vede nessun provvedimento che tagli i costi della politica  e  dei politici, solo lacrime e sangue per i cittadini.

I fascisti vestono il doppiopetto e approfittando del partito/gruppo d’interesse che governa il paese propongono revisioni costituzionali e leggi che sdoganino definitivamente il pensiero fascista. La proposta di legge, che vuole riconoscere ugual valore alle associazioni partigiane e a quelle fasciste, è solo una delle tante iniziative, soprattutto a livello locale, mirate a valorizzare il periodo più buio della storia italiana. Ultimo, in ordine cronologico, il permesso ad un’associazione neo-nazista di aprire una sede a Roma. La proposta di accorpare il 25 aprile, il 1º maggio e il 2 giugno alla domenica successiva avrebbe privato le principali celebrazioni della storia d’Italia, del loro valore simbolico e unificante.

La Carta Costituzionale viene ritenuta obsoleta  e si richiede la sua revisione in molti articoli, recente la richiesta che vuole abolire l’articolo 41 che impone la funzione sociale dell’impresa privata. A tutt’oggi la Costituzione rimane inapplicata nei suoi più alti obiettivi come gli articoli che fanno riferimento alla dignità dei ruoli istituzionali, al diritto al lavoro, ad una vita degna e al rifiuto della guerra.

La vita degna alla quale fa riferimento la Costituzione mai è stata tanto minacciata come ora. Il lavoro sicuro è ormai un bene di lusso, i giovani fortunati che hanno un impiego vivono ricattati dai contratti a termine. L’Italia è leader in Europa per disoccupazione giovanile. La soglia di povertà tocca il 15% dei cittadini italiani. Si richiede l’allungamento dell’età pensionabile. In questo mondo globalizzato governato  dall’economia, gli organismi trans-nazionali decidono la qualità della vita dei cittadini. I governi spesso sono solo meri esecutori dei provvedimenti  decisi altrove.
La sinistra principale ma non unico referente delle istanze fin qui elencate è divisa e per questo poco incisiva.

Fondiamo la sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia sezione Spagna perchè

RIVENDICHIAMO

·      La memoria storica dei Partigiani e della Guerra di Liberazione
·      L’applicazione della Costituzione Italiana
·      L’antifascismo come discrimine irrinunciabile nella politica italiana
·      A livello della Unione Europea va affermato il primato della politica sulla logica economica affinché la cittadinanza e i loro diritti siano lo scopo delle politiche europee comunitarie
·      Investimenti sul lavoro che permettano alle nuove generazioni di conquistare  un futuro degno
·      L’unione di tutte le forze che credono nei valori della Resistenza e della Costituzione
·      La rifondazione morale della politica italiana

ATTUEREMO:

·      In Spagna, facendo rete con le associazioni di memoria storica, valorizzando la lotta degli italiani nelle Brigate Internazionali a difesa della repubblica spagnola.
·      Nelle istituzioni italiane in Spagna per difendere i valori della Resistenza e della Costituzione.
·      Nelle piazze, organizzando le iniziative dell’Anpi Nazionale.
·      In rete, valorizzando la Guerra di Liberazione  e la Costituzione Italiana



sábado, 17 de septiembre de 2011

Assemblea costitutiva ANPI SPAGNA



L'assemblea costitutiva della sezione spagnola dell'ANPI è confermata per mercoledì 21 settembre alle ore 18:30 presso l'Associación de mujeres "Entredós" in C/Marqués Viudo. de Pontejos, 4 28012 Madrid. (Puerta del Sol)

Entredós è un associazione femminista. Abbiamo prenotato il tavolo per la riunione. Una birra imbottigliata costa 2,5 € ai quali va aggiunto 1€ per persona per usare il locale, non è obbligatoria la consumazione.

Per connettersi via skype basta chiamare all'ora prevista il contatto qui sotto riportato. La diretta streaming ci aiuterà nei collegamenti, qui di seguito il link e il contatto skype.

skype: amadridsimuoveunaltraitalia
diretta streaming: http://www.ustream.tv/channel/amadridsimuoveunaltraitalia

La riunione è aperta a tutti ma solo i soci possono votare.

jueves, 18 de agosto de 2011

Cancellare il 25 aprile? L'Aned: "No, non ci stiamo"


Lettera aperta a Carlo Smuraglia: abolire il 25 aprile, un attacco all'identità del Paese

Si allarga la protesta per la proposta di cancellare la festa della liberazione (25 aprile), quella conseguente del 2 giugno (festa della Repubblica), passando dall'abolizione del 1°maggio (festa dei lavoratori).
L'Aned, l'Associazione nazionale ex deportati attraverso con un  articolo del vicepresidente, Dario venegoni, ha sottolineato la sua totale contrarietà (http://www.deportati.it/news/25aprile.html).
Qui di seguito pubblichiamo inoltre il testo della lettera aperta che Andrea De Maria, già sindaco di Marzabotto, attuale responsabile nazionale PD Nuove forme di organizzazione e comunicazione politica, ha mandato a Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi.
"Carissimo Presidente,
voglio comunicarti il mio più convinto sostegno alla posizione assunta dal Comitato nazionale dell’Anpi, a seguito dell’intenzione del Governo di mettere in discussione le festività previste nei giorni del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno. Come giustamente sottolineate si tratterebbe di un provvedimento di scarsissima efficacia sul piano economico, ma molto grave su quello dell’identità del Paese. Resistenza, lavoro ed equità sociale, Costituzione e Repubblica non sono vuote parole, ma le basi su cui la nostra Italia democratica trova le ragioni della sua coesione e, a maggior ragione in un momento così difficile, valori fondamentali di riferimento per tutti gli italiani. Sminuirne il significato sarebbe davvero grave e inaccettabile.
Chi ti scrive oggi ricopre una responsabilità nel Partito Democratico, ma è stato molti anni Sindaco di Marzabotto. Non posso non sottolineare il sacrificio di sangue che è stato pagato perché in Italia si tornasse a festeggiare il 1° maggio e per poter vivere quelle due giornate di libertà, il 25 aprile e il 2 giugno, dopo gli anni terribili della dittatura e della guerra. Non è un caso quindi che l’Anpi sia così autorevolmente intervenuto e auspico che tanti, come sta positivamente accadendo, si uniscano a questa battaglia.”
Ecco infine l'articolo di Dario Venegoni visitabile presso il sito dell'Associazione ex deportati (http://www.deportati.it/news/25aprile.html). Il commento è stato pubblicato sabato 13 agosto 2011 sulla pagina ANED di Facebook.
"Quando la casa brucia non si può andare tanto per il sottile. Se bisogna vendere i gioielli di famiglia, si vendono. E certamente non spetta a una associazione come quella degli ex deportati nei campi nazisti di valutare nel merito, misura per misura, le proposte del governo in materia economica.
Tra queste proposte ce n’è una che ci tocca però molto da vicino: quella di accorpare alla domenica più vicina tutte le festività civili del calendario. Si parla del 25 aprile, del 1° maggio, del 2 giugno, tre date che il governo di centrodestra ha dimostrato a più riprese di non digerire.
Ricordiamo tutti quando il ministro della Difesa La Russa dichiarò che lui il 25 aprile lo festeggia andando a porre un fiore sulle tombe dei “suoi” caduti, quelli della Repubblica sociale italiana. E che il presidente del Consiglio ha sempre disertato – tranne una volta, in Abruzzo, in piena campagna elettorale – le celebrazioni del 25 aprile, bollandole come “di parte”. Per non dire dello sciagurato voto con il quale in commissione, alla Camera, la maggioranza ha dato parere favorevole all’ennesimo tentativo di equiparare i militi repubblichini, alleati di Hitler, ai partigiani che hanno contribuito a ridare la libertà al nostro Paese.
Un governo che non ha mai riconosciuto il valore fondante della data del 25 aprile per la riconquistata democrazia oggi approfitta della crisi finanziaria – da esso stesso clamorosamente sottovalutata – per cercare di cancellare questa data dal calendario civile. Quello stesso esecutivo, all’interno del quale un importante ministro fece sapere che lui col Tricolore ci si “pulisce il culo” tenta di cancellare la festa della Repubblica, evidente ostacolo alla grossolana propaganda secessionistica della Lega.
Noi non ci stiamo. L’esempio europeo, incautamente evocato dal governo a giustificazione di questa sua proposta, dimostra semmai il contrario: per ogni francese la festa del 14 luglio è fondamento dell’idea stessa di unità nazionale. Ragionando per assurdo, potremmo prendere per buono il riferimento all’Europa fatto da Berlusconi: quando il 14 luglio cesserà di essere festa nazionale in Francia potremo discutere di accorpare alla domenica anche il 25 aprile. Fino ad allora… che non ci provino nemmeno!"
L'appello dell'ANPI su:

jueves, 28 de julio de 2011

NO AL REVISIONISMO STORICO. FU GUERRA DI LIBERAZIONE, NON CIVILE




Nel corso di una cerimonia al Viminale, qualche giorno fa, la Resistenza è stata – incredibilmente – ridotta al livello di una “guerra civile”, fatto tanto più grave in quanto compiuto nel corso di una Cerimonia ufficiale, nella quale è particolarmente disdicevole una ricostruzione che fa violenza alla storia ed alle pagine gloriose della Resistenza. Un fatto grave, ma occasionale? Non si direbbe, visto che nel corso della parata, anch’essa ufficiale, per il 2 giugno, la Resistenza è stata completamente ignorata, non solo nelle presenze fisiche, ma anche in ciò che ha detto la voce narrante.
Ma anche ad altri livelli, meno autorevoli, accadono cose analoghe, se non addirittura peggiori. Un giornalista ha presentato, sabato sera, in televisione, Piazza Loreto come un massacro, una macelleria, riferendosi naturalmente alla salma di Mussolini. Neppure una parola sui precedenti e sul fatto che in quella piazza, il 10 agosto 1944, erano stati uccisi e lasciati a lungo, sul selciato, al sole, quindici partigiani e antifascisti, invitando (sarebbe meglio dire costringendo) i cittadini a guardare l’orribile spettacolo, evidentemente a scopo intimidatorio.
C’è, evidentemente, un problema politico e perfino un problema culturale. Quello politico sta nel fatto che anche a livello ufficiale si vuole ignorare o delegittimare la Resistenza, trasformando la guerra di Liberazione in una guerra fratricida. Il revisionismo, insomma, continua imperterrito a cercare di nascondere o degradare le pagine più belle della nostra storia. E questa è, in realtà, una vergogna, storicamente e politicamente. Ma c’è anche un profilo culturale, che va sottolineato, se simili posizioni possono passare, più o meno inosservate, anche in occasione di trasmissioni televisive di puro intrattenimento. C’è, insomma, chi – ancora oggi –non ha digerito la Resistenza e continua a pensare che il fascismo sia stato un fenomeno limitato e bonario; evidentemente la cultura democratica che avrebbe dovuto insediarsi ad ogni livello, nel nostro Paese, dopo la Costituzione, nata dalla Resistenza, non riesce ancora ad occupare il ruolo che le spetterebbe, diventando “diffusa” e patrimonio di tutti i cittadini. Questo ci impone una riflessione attenta ed un impegno ancora più forte per valorizzare non solo la Resistenza, ma anche i principi che la attraversarono e costituirono il fondamento della Costituzione; e richiede un impegno altrettanto forte per contrastare ogni forma di negazionismo e revisionismo, esplicita o mascherata. CARLO SMURAGLIA presidente ANPI

jueves, 21 de julio de 2011

La Resistenza romana

Via Rasella
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23 marzo 1944 - Alle 15,30 Carlo Borsani, cieco di guerra, medaglia d'oro, celebra, nel salone di un palazzo in via Veneto, la nascita del fascismo, avvenuta 25 anni prima a Milano, in piazza San Sepolcro. E' una giornata senza nuvole, con il sole splendente. In mattinata i gerarchi e le autorità germaniche avevano assistito alla messa nella chiesa di Santa Maria della Pietà e deposto corone alle lapidi dei caduti fascisti in Campidoglio e al Verano. Borsani ha comniciato da poco a parlare quando, alle 15.52, si interrompe a causa del forte boato che rompe l'aria. Una forte carica di tritolo è esplosa a poca distanza, in via Rasella, davanti al palazzo Tittoni, mentre vi transitava a piedi una compagnia del I battaglione del Reggimento Polizei SS Bozen, composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, in assetto di guerra, con mitragliatrici montate su carrelli in testa e in coda alla colonna. Subito dopo, due squadre dei GAP Centrali, una di sette uomini l'altra di sei, al comando di Carlo Salinari (Spartaco) e Franco Calamandrei (Cola), lanciano a mano bombe da mortaio leggero Brixia, modificate per esplodere per accensione della miccia, e sparano con armi leggere. A far brillare la mina collocata in un carrettino metallico da spazzino era stato lo studente in medicina Rosario Bentivegna, con la copertura di un'altra giovane studentessa, Carla Capponi.
Secondo la testimonianza di Bentivegna, i gappisti erano disposti per l'attacco in questo modo: lui vicino al carretto, Carla Capponi, con un impermeabile sul braccio, da mettergli addosso per coprirgli la divisa da spazzino, la pistola alla cintura sotto il golf, in cima alla via con alle spalle palazzo Barberini; Raul Falcioni, Fernando Vitagliano, Pasquale Balsamo, Francesco Curreli e Guglielmo Blasi, con Salinari nei pressi del Traforo; poco distante Silvio Serra; all' angolo di via del Boccaccio, Franco Calamandrei. Altri gappisti erano sistemati per coprirli durante lo sganciamento.
Le modalità dell'attacco: Calamandrei si era tolto il cappello, segno convenuto per avvisare Bentivegna che i tedeschi si stavano approssimando e doveva quindi accendere la miccia per poi allontanarsi rapidamente. Avvenuta l' esplosione, gli altri gappisti raggiunsero Calamandrei di corsa per sviluppare l'assalto a bombe a mano e colpi di pistola. L'azione si concluse con 32 SS uccise e 110 ferite (una sarebbe morta in ospedale il giorno dopo). I gappisti non ebbero perdite nonostante la immediata reazione dei tedeschi. Morirono invece un ragazzo e due civili. Altri persero la vita o rimasero feriti nella violenta sparatoria che si protrasse con l' arrivo di reparti tedeschi e fascisti, da questi rivolta soprattutto a colpire le finestre degli edifici più vicini, dai quali ritenevano fossero stati lanciati gli ordigni esplosivi.
L'attacco in via Rasella era stato deciso dal comando dei GAP Centrali in sostituzione dell' assalto, programmato per quel giorno, al corpo di guardia di via Tasso per liberare i prigionieri della Gestapo. Dopo un sopralluogo Fiorentini, Salinari e Calamandrei avevano ritenuto irrealizzabile quell' operazioe dato il sistema difensivo approntato dai tedeschi e avevano predisposto invece l'aggressione alla colonna tedesca che ogni giorno percorreva via Rasella ultimate le esercitazioni alla controguerriglia.
Il reggimento Bozen, come tutte le SS composto da volontari vincolati dal giuramento a Hitler, si stava infatti addestrando alla lotta contro i partigiani. Il battaglione di stanza Roma forniva anche elementi alla Gestapo in via Tasso, e avrebbe dovuto assolvere all' incarico di proteggere il personale militare e civile tedesco e fascista durante l' abbandono della capitale all' arrivo degli alleati, e, inoltre, fare da scorta ai prigionieri che da via Tasso da Regina Coeli sarebbero stati trasferiti al nord.
Al reggimento Bozen saranno addebitate le stragi di civili commesse in seguito, in Istria, nel Bellunese, a Bois e Falcade, 87 azioni di rappresaglia documentate negli archivi tedeschi di Coblenza, ricostruite da storici ricercatori altoatesini nel 1994.
L'azione di via Rasella venne riconosciuta come atto legittimo di guerra dal governo e dal parlamento dell' Italia democratica, nel 1981, dalla magistratura, nei vari gradi sino alla Cassazione (19 luglio 1953). Alcuni partecinti vennero decorati al valor militare, Presidente della Repubblica Einaudi, Capo del Governo De Gasperi
pallanimred.gif (323 byte) La sentenza della Cassazione del 1999via Rasella fu una "legittima azione di guerra"

da  http://storiaxxisecolo.it